“Face to Face” Il volto dell’umanità #Street Art in Ballarò

di Mauro Di Girolamo

Face to Face

Si può essere connessi 24 ore su 24 su dispositivi digitali, app, social, internet, connessi con il resto del mondo con centinaia di amici reali e virtuali, connessi  giorno e notte, ascoltando musica e vedendo video on line, ma sentirsi profondamente soli. È per questo che ho scelto di entrare in empatia con le persone  della strada, cercando rapporti umani complici e sorprendenti.

Ho iniziato a dipingere su un grande muro, proprio nel cuore di Ballarò, grazie alla collaborazione di amici e conoscenti che qui vivono e lavorano, a distanza di un anno dalla realizzazione nello stesso luogo del quadro “Vivere Ballarò”. Inizialmente non sapevo cosa dipingere, mi ha colpito la foto che una amico aveva postato su Facebook  del volto di una ragazza africana, che come cuoca serviva al Cous Cous Fest di San Vito lo Capo.

Ho cominciato a gettare il colore, un terra d’ombra,  su un muro grezzo. Mentre mi accingevo a realizzare il grande dipinto la gente passava, alcuni sorpresi ed esterrefatti, altri increduli; non sapevano che sono un pittore: ero uscito allo scoperto nel quartiere dove vivo.

Mi chiedevano che cosa stessi facendo durante la diretta Facebook. Vedendo che stavo realizzando il volto di una donna di colore. Alcuni concittadini non esprimevano di certo il loro piacere nel vedere rappresentato il volto di una migrante. 

Fu immediata la mia risposta, quasi spontanea, e quasi in mia difesa dissi: “Sto dipingendo il volto della Madonna nera di Tindari”. Incredula la gente non si capacitava di come un “uomo bianco” potesse  dipingere, valorizzandolo, un volto dalla pelle scura. Mormorando non capivano il gesto di rappresentare ciò, pensavano che volessi ricordare una persona cara scomparsa; spesso viene attribuita la funzione celebrativa nella simbologia dei murales, come avviene negli U.S.A.. Che sia la rappresentazione di una donna o di un uomo poco importa, poiché è l’umanità che m’interessa.  Mentre le tinte dei colori si mescolavano al mio sudore risposi loro: “Cari amici forse voi non sapete che siamo tutti appartenenti alla “razza umana” e il test del DNA lo comprova; siamo tutti fratelli così come dicono le religioni. L’ho scoperto io stesso seguendo un documentario un giorno a lezione di antropologia culturale”.

Il murales subito ha sollecitato  l’attenzione di ragazzi africani, alcuni passanti da lì, altri che abitano e lavorano a Ballarò. Uno di loro, entusiasta di vedere rappresentato quel volto  a lui familiare, è salito sulla scala dove stavo dipingendo, esultando. Credo che sia un gesto non solo politico, ma etico e religioso il venire l’uno incontro all’altro, che sia o no un fratello sconosciuto.

Scegliendo di rappresentare ciò, ho cercato  d’innescare  un seme artistico nel quartiere della mia città, proprio in un luogo dove molto difficilmente le persone vanno a vedere delle opere esposte in gallerie o in Musei. Come il missionario si

sposta in terre lontane per portare il “verbo” di Dio, anch’io utilizzo un’operazione sociale quotidianamente come una missione, perché credo che essere artista al di là di una professione, soprattutto intesa come vocazione, ma anche principalmente cogliendo il “grido di sopravvivenza” empaticamente percepito attraverso il dolore degli altri, dovuto principalmente all’emarginazione. “Sopravvivenza” parola chiave che accumuna  sia i concittadini palermitani che gli immigrati. Ecco perché ho voluto realizzare questi due murales colto da un raptus creativo, uno di un volto di donna di colore in  via delle Pergole, l’altro rappresentante Santa Rosalia in via San Giosafat .

Il messaggio che ho  voluto dare con questo mio lavoro artistico è fortemente sociale, in modo che la gente che vive a Ballarò possa credere che c’è sempre tempo per migliorarsi con la pittura o con la musica a cui gli immigrati sono molto legati, attraverso la bellezza della Street Art. Credo che qualsiasi bambino che domani sarà un uomo, proveniente da qualunque parte del mondo, s’identifichi non solo nel luogo di nascita, ma anche nei luoghi vissuti, attraverso l’esperienza e i rapporti umani instaurati con gli altri. Nel mio caso è un tentativo pieno di umanità nel tendere una mano verso l’altro, in nome dell’accoglienza, di cui Palermo ne rappresenta il simbolo.

Un simbolo non solo di integrazione ma di preziosità nello scambio reciproco di tradizioni e sapienze. Lo stesso Papa Francesco spinge la gente ad un “esame di coscienza” sui migranti e sull’inferno della Libia e per tutta  l’Africa intera. Egli dice: “La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone”.

E’ proprio questo che mi spingere a rappresentare volti di persone anche dalle fattezze etniche, persone  di qualsiasi Stato, Nazione, paese o luogo. Al di là di una vera e propria Patria, senza frontiere geografiche e politiche, in questa visione generale, l’uomo deve essere un ponte, per vivere fra le culture, adottando un’ identità in costante cambiamento e connessione con gli altri.

Sono molto legato  a Palermo, perché penso  sia  da sempre crocevia di storia, una casbah multicolore, vibrante di vita dove Oriente e Occidente s’incontrano, dove le culture intrecciano, oggi come nel passato, consueti e insieme inusitati legami. Mentre dipingevo il grande volto, ho pensato ai colori non solo della cultura africana, ma anche alle suggestioni che suscitano in me i tramonti e i colori dell’America, tra la California Arizona e il New Mexico. Ho approfondito il valore del muralismo sudamericano e il forte impulso sociale, oltre che politico che questo ha avuto sui popoli latini d’oltreoceano. Questo ritratto vuole essere un manifesto a favore dell’accoglienza, perché penso che non esiste una solo cultura, ma esistono “le culture”, una Palermo Araba, una Ebraica,  Latina e Greca.   Nel secondo murales ho ritratto la figura di Santa Rosalia riprendendo la composizione di un quadro di Anton Van Dyck. Ho dipinto su di un muro distrutto, dove ho voluto imprimere la leggerezza del messaggio della Santa su un supporto carico e denso di materia. Si tratta di un murales pittorico, che ha anche delle influenze legate all’espressionismo astratto. Spero che il mio gesto sia capito ed apprezzato dalla comunità dei cittadini, che hanno a cuore questa città e che finalmente si riesca a sfatare quella frase che vale per noi italiani “Nemo profeta in patria”, cioè “Nessuno è profeta nella sua patria” e spero questo cambi, penso sia ora.