Parole

Hanno parlato e scritto di me  :

Dr. Kurt Grötsch Director del Museo del Baile Flamenco Cristina Hoyos, Leoluca Orlando Professore e Sindaco di Palermo,  Maurizio Carta Prorettore dell’ Università degli Studi di Palermo Architetto e dottore di ricerca in Pianificazione urbana e territoriale, Bernardo Tortorici Presidente dell’Associazione  Amici dei Musei Siciliani,  Giancarlo Giannini Attore e regista, Vittorio Sgarbi Storico e critico dell’arte,  Giada Cantamessa Architetto e Curatrice, Gregorio Napoli Critico cinematografico,  Uwe Jäntsch Artista,  Manuel  Chabrera Artista e Architetto, Presidente della Chabrera WolrdWide  Foundation Siviglia,  Mariella Magazù Giornalista,  Chips Mackinolty, giornalista e artista,  Dolma Gyairi Presidentessa del Tibet in esilio,  Hug Morison Under Secretary for Industry presso Scottish Office,  Fabio Carapezza Guttuso Archivi Renato Guttuso, Andrea Lombardo Giornalista, Luigi Amato Docente di Estetica dell’Arte Contemporanea Accademia di Belle Arti di   Palermo, Giuseppe Giovanni Blando Critico e Storico dell’Arte, Maria Pia Caradonna Architetto,  Lavinia  Pinello Scrittrice, Enrico Spedale Amico, Artista, Filosofo, Grazia Fresu  Scrittrice, Giulio Gallo Gallo Fotografo,  Pietro Schirò Dottorando in Scienze Giuridiche Europee e Internazionali,  Jan Paul Palancher Docente di Madre Lingua Francese presso Università degli Studi di   Palermo,  Carmen Zanda Scrittrice,   Laura Francesca Di Trapani Curatrice indipendente Critico d’Arte,  Fosca Medizza Scrittrice, Ornella Miritello e Marco Zanotti Santostefanoventinove Bologna, Rosadea Fiorenza Curatrice indipendente,  Ombretta Zora Curatrice indipendente.

2018 Tra i pittori giovani siciliani degno di menzione è Mauro Di Girolamo, profondamente legato alle radici culturali della sua terra le traspone nella confusa modernità attuale con grandi lampi di colore e di autenticità. Alla ricerca di una strada che ponga il suo stile figurativo ed immaginifico al centro dell’ interesse di un mondo artistico in verità indottrinato in questa epoca da stereotipi  modaioli.

Luigi Amato, Professore di Estetica  presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo 

 

2018 La chiave per comprendere l’arte contemporanea è ancora intricata e vorticosa e spesso li­mitata a pochi eletti che decidono di aprire questa porta, facendosi coinvolgere dalle dinamiche odierne. In fondo tutta l’arte , di qualunque epoca, può ritenersi contemporanea, ed a tratti, si può definire ribelle perchè solo attraverso le rivoluzioni sono nati movimenti, cor­renti, modelli artistici da emulare.
L’opera di Mauro Di Girolamo pone l’accento su due pilastri del contemporaneo: Damien Hirst, che nelle sue opere ha sempre obbligato lo spettatore a stare di fronte ad un’immagi­ne convincente, perchè l’artista, per lui, ha il compito di farci fare i conti con aspetti del reale, ora scomodi, come la brevità della vita, ora immortali, come la bellezza del vivere; Marina Abramovic, performer per eccellenza e curatrice di tutte le contraddizioni e le aber­razioni dell’esistenza, prima con Ulay, e poi da sola, esprime tramite il corpo ora autocon­trollo, ora perdita di esso, ma anche femminilità, masochismo, esplorazione del limite, tra ­ dizione del proprio vissuto e riferimento a lle guerre.
Nell’opera in mostra nella cripta del Piliere, Mauro Di Girolamo affonda le proprie mani nei colori e, dipingendo i ritratti dei due artisti, li circonda di immagini trasversa li e, in tale modo, li omaggia, dandogli la responsabilità ed insieme la forza di far rinascere la vita in questo luogo di morte.
Le due icone d’oggi sono circondate da altri ritratti, di vario formato, ripresi da celebri dipinti riconoscibili nelle linee, nelle posture, per i costumi che indossano, ma assenti perchè man­cano di identità, di sguardi, di espressioni, poiché essi si fanno emblema del nostro tempo vuoto, della ricerca di una personalità, di un valore per il quale essere ancora artisti. Al con­tempo questo percorso per l’artista rappresenta un momento di cambiamento definito, inprimis, dalla predominanza coloristica del gia llo, colore di energia e potenza, di sublimazione e luminosità massima, qui raggiunta con l’espediente delle tracce principa li delle forme in nero che ne accentuano l’aggressività, il volto tagliente delle inquadrature, l’astrazione del momento. A tratti questo colore si sporca di grigio, diviene il contrario della verità si offusca e accentua la smaterializzazione delle figure rappresentate, altre volte diviene sapere, intel­ligenza, emblema di trascendenza e purezza.

Pamela Bono, Curatrice indipendente

 

2017  A Mauro Di Girolamo con ammirazione con gratitudine amore e impegno
per la nostra città, con gratitudine per l’attenzione alla mia lucida follia .

Leoluca Orlando, Sindaco di Palermo

 

2017 Mauro Di Girolamo, giovane pittore palermitano (nato nel 1984), dipinge nei suoi coloratissimi, straordinari quadri un incrocio di culture e di mondi dove ha scelto di vivere, dal quale trae immagini ispirate e pregnanti di una realtà in continua evoluzione. Completati gli studi di specializzazione all’Accademia di Belle Arti di Palermo (2008, Diploma di Laurea di secondo livello in Pittura) Mauro inizia un’incessante attività pittorica, che lo porta ancor prima che trentenne, a confrontarsi con artisti di livello nazionale ed internazionale.
La Palermo dei suoi quadri è un luogo da sempre crocevia della Storia, una casbah multicolore, vibrante di vita dove Oriente e Occidente si incontrano, dove le culture intrecciano consueti e insieme inusitati legami, dove l’artista riporta le sue esperienze di viaggio: i colori della Spagna che ama e dove ha esposto le sue opere, le suggestioni dell’America latina dove trova nel muralismo sudamericano quel forte impulso sociale che insieme ad un alto cromatismo è parte integrante della sua poetica e che, come egli stesso dice, non trova molto credito attualmente in Italia nelle opere delle giovani generazioni di artisti.
Valencia e Siviglia gli hanno regalato quelle sue donne speciali che occhieggiano da terrazze affacciate sul mare, dagli occhi di bistro, le vesti multicolori, il flamenco nelle reni vibranti; allo stesso tempo donne da mille e una notte, l’andare di Sheherazade e delle popolane di Palermo si somiglia nel modo in cui la bellezza e la sensualità si respirano nella loro pelle, nella postura dei corpi.
I luoghi non sono mai sfondo ma itinerari, domande poste al presente, rappresentazioni realistiche e magiche insieme di un’umanità di cui il pittore partecipa e di cui si fa carico.
La pittura nei suoi quadri non è solo rappresentazione, ma domande appassionate e esatte del perché la bellezza e il dolore si intreccino in quel modo, sui volti, sui corpi, domande sull’identità, sulle origini, sulle connessioni del vivere.
Mauro ha scelto di vivere nella sua città, in un quartiere del centro storico in parziale degrado, dove le case hanno perso valore perché ci vivono molti emigrati, un crogiolo di genti e culture che al contrario lo stimolano e lo seducono.
Mi ha detto che non c’è luogo nella città dove si senta più palermitano e insieme cittadino del mondo, in un’identità ricostruita non sulla difesa di muri di esclusione, ma nell’ accettazione del vitale contributo dello scambio, della condivisione, dell’ esaltazione stimolante delle differenze.
Per questo la pittura di Mauro è anche una pittura etica che attraverso la bellezza, la struttura, le dimensioni, l’impasto dei colori ci propone una visione aperta, libera del mondo complesso in cui viviamo. Mauro dipinge soprattutto gente, i suoi quadri sono saturi di volti, di corpi che non hanno paura di toccarsi, di fondersi l’uno nell’altro, in una contaminazione suggestiva e virtuosistica delle forme, dei colori, delle prospettive, portano tracce sedimentate e originalmente riproposte degli antichi maestri, da Caravaggio a Picasso, da Gauguin a Freud, da Attardi a Guttuso. Pensiamo
a un quadro come la sua Vucciria, esposto accanto alla famosa Vucciria di Guttuso, una sfida superba sembrerebbe all’antico maestro, al contrario invece apre un
profondo dialogo con lui, mostrandoci, nell’eco appena citato dell’antico mercato
guttusiano, la differente realtà dell’oggi, le cui contraddizioni e caratteristiche, così come
l’affascinante mescolarsi di etnie, non potevano essere neppure immaginate da
Guttuso. Mauro canta la Sicilia, i suoi colori, le sue atmosfere, il Mediterraneo su cui si affaccia e in esso miracolosamente canta tutti quelli che dello stesso mare sono figli, non importa la nazionalità, il colore della pelle, il cibo che mangiano, il Dio in cui credono. La sua terra gli ha regalato quei gialli solari, quelli azzurri smaltati, quei rossi delle cupole arabe che definiscono la città e che egli dipinge come sipari suggestivi dell’invisibile che si cela dietro il rutilante trionfo delle luci e dei colori.
Ma la sua terra è un intero continente, è la Magna Grecia, la corte di Federico II, l’arte arabo-normanna, il paese di un Risorgimento Italiano fallito al Sud e diventato “Mezzogiorno” nelle Cronache parlamentari. Qui si balla il flamenco e la danza del ventre negli stessi cortili, qui una multiculturalità pressante si è fatta strada e chiede dignità, qui oggi fatiscenti barconi di disperati dalle coste africane approdano in Sicilia cercando un futuro. Mauro li ha dipinti in un’opera che si chiama “La zattera di Lampedusa”, dove un blu freddo e livido riduce il mare del mito e delle odissee ad un
cimitero di naufraghi, sotto un cielo scarlatto che copre nella parte alta del quadro, come una cappa di sventura, il gommone sottostante carico di emigranti.
Per tutta la grande superficie restante del dipinto, che qui presentiamo sezionato in tre
parti, ci viene mostrato l’abisso dove, in una luce spietata che non nasconde nulla, i corpi
degli annegati aspettano che subacquei attoniti li recuperino.
È l’epica di una reiterata tragedia che ha reso il Mediterraneo un
mare di morte, raccontata con la violenza spietata del colore e di una verticale composizione che dilata a dismisura ogni elemento compositivo e concettuale.
I quadri di Mauro Di Girolamo si aprono su questo teatro drammatico, intenso di vicende, di cultura, di passioni, allegrie e orrori, intrecci sapienti, in una gamma esperta di tecniche, dalla pittura ad olio all’ acquerello alla tempera, mischiandole spesso su differenti supporti, tradizionali come le tele o moderni come il plexigas, a volte con abilità figurativa, altre al limite dell’astratto, usando il colore in tratti che possono essere impalpabili quasi o con una densità materica che rende la pittura tridimensionale.
Nel cuore di questa complessità concettuale e stilistica il pittore ci proietta sulle sue
tele, trasformandoci in sedotti testimoni delle piccole storie e della grande Storia, in
ammiratori entusiasti del suo dipingere, in partecipi attori della sua stessa passione del
vivere.

Grazia Fresu, Scrittrice, giornalista e poetessa

 

2016 Es un privilegio y honor recibir esta selección de cuadros por parte del artista italiano Mauro Di Girolamo, para su integración en la colección temporal del Museo del Baile Flamenco, Cristina Hoyos. La creación del Museo por Cristina Hoyos (2006), reafirma de esta forma su significado: ser aglutinador de las manifestaciones del Baile Flamenco y, de las disciplinas artísticas, testigos y reflejos de la belleza del flamenco.       El trabajo de Di Girolamo, no solamente revela su sensibilidad y profundo amor para el flamenco, sino que también es testimonio de las pasiones que despierta este arte en Italia. Por tanto, sus cuadros son declaraciones de amor de un artista polifacético, al igual que son parte de la historia artística-visual del flamenco, estrechando nexos entre Italia y España.

Dr. Kurt Grötsch, Director del Museo del Baile Flamenco Cristina Hoyos Siviglia

 

2016 Un vero e proprio carnevale di cromatico, rende omaggio a Palermo e Guttuso e la loro Vucciria. Un impostazione prospettica e cromatica che lascia l’astante entrare dentro l’opera e viverla direttamente.

Dino Marasà

 

2016 Traffico è l’ultimo lavoro su tela (3x3m) di Mauro Di Girolamo.
Quest’opera nasce da un discorso che vede Mauro coinvolto ‘politicamente’ in qualità di cittadino palermitano, quotidiano testimone di un traffico urbano che si configura come caotico immobilismo. Esso è rinvenibile nella tela, è metafora iconica di una malattia sociale, storica; quella ‘malattia’ che forse ha fermato da sempre Palermo nella propria impossibilità di generare una coscienza collettiva e una responsabilità civile, di generare l’ordine, il rispetto delle regole, senza le quali l’accesso al divenire, nell’accezione filosofica del termine, diventa ‘giornaliera’ utopia. L’intento retorico appare a primo acchito velatamente caricaturale. Vi è un forte contrasto tra i soggetti (in primo piano) e lo sfondo del porto (in controcampo). Tali soggetti diventano, così, massa informe, ‘archetipi stradali’, stratificazioni sociali di modi di essere a Palermo. Si distinguono un motociclista che impenna su una ruota, una famiglia su uno scooter (composta da padre, madre e figlioletti), la ricorrente ‘privilegiata’ auto blu di rappresentanza, una autoambulanza, una carrozza col cocchiere, diverse automobili dominate dai tir, e, dulcis in fundo, i soliti, interminabili lavori stradali in corso, che qui diventano il centro simbolico attorno a cui gravita la schiera dei ‘personaggi’ appena illustrati.L’insieme così costituito proietta l’osservatore nel clima caldo di una latinità che rievoca l’immaginario scenografico e il cromatismo di certa pittura messicana della prima metà del Novecento (Diego Rivera); e la donna col sacchetto, in primo piano, omaggia, nella citazione (per la seconda volta), la Vucciria di Renato Guttuso. Nella dimensione latente del dissenso, in Traffico si scorgono anche alcuni echi formali di certa pittura tedesca, nello specifico suggestioni post espressioniste del realismo magico di George Grosz, trasfigurate, però, nella solarità mediterranea, dentro uno spazio urbano che ubbidisce alle leggi albertiane della prospettiva (la nave sullo sfondo, l’ingresso del porto, le gru, etc.).
Tutto questo è segno di una personalità pittorica forte, in continua crescita e maturazione, manifestamente attraversata da una salda conoscenza della storia dell’arte (l’autore si è laureato all’Accademia di Belle Arti di Palermo).

Enrico Spedale, Artista, Filosofo e Fotografo

 

2013 La ringrazio molto per l’interessante opera che rivisita il famoso mercato, tanto amato da Guttuso, rivelandone il nuovo uso.

Fabio Carapezza Guttuso

 

2013 Dialogo con Achille Bonito Oliva durante la mostra di Mimmo Germanà , Real Albergo delle Povere, Palermo : Mauro Di Girolamo, salve professore ho collaborato con il senatore Ludovico Corrao a Gibellina nel 2009, Achille Bonito Oliva : come posso aiutarti? M.Di G. : Posso donargli questa mia opera ? A.C.B.O : non posso accettare, M.Di G.: ma per un fattore etico? o per gusto ? A.C.B.O : per un fattore etico, già per voi artisti è difficile guadagnare, pure vi dovete togliere i quadri . M.Di G.: allora la ringrazio,  A.C.B.O: grazie a te.

2013 La settimana delle culture è un’iniziativa di grandissimo prestigio ed interesse, un vero e proprio organismo culturale messo su dal Comitato insieme per Palermo, con il Comune in un organismo complesso in cui hanno messo cuore e testa, gli organi principali.
Noi come Università abbiamo partecipato: siamo un organo più piccolo di questo organismo complesso, però ci piace pensare che siamo un organo in particolare, l’amigdala, che nel cervello è quella piccola parte che presiede le emozioni. Quindi, contribuiremo con l’emozione dei nostri luoghi, con la storia, con le nostre collezioni.
Per me è davvero un piacere ospitare qui la mostra di Mauro Di Girolamo. Io lo conosco dal 2009, quando ha esposto all’Ex Noviziato dei Crociferi, una sua Personale meravigliosa, e dal 2009 ad oggi Mauro è veramente cresciuto, con questo piacere e con questo gioco di confrontarsi con i Maestri, non con alterigia e presunzione, ma con la capacità di capire che chi è stato maestro è stato maestro perché ha rappresentato lo spirito del tempo in quel momento.
Oggi abbiamo bisogno di riguardare talvolta gli stessi luoghi e le stesse sensazioni con gli occhi della contemporaneità. Questo confronto tra la Vucciria di Renato Guttuso e la Vucciria di Mauro Di Girolamo è davvero importante. È importante che la Vucciria, sia un luogo della rappresentazione, sia un luogo ancora in grado di stimolare la mente, gli occhi e la mano, di un artista contemporaneo, che ce la fa vedere come luogo non soltanto del commercio, ma come luogo del meticciato culturale, un luogo dalle diverse visioni.
Mauro ha rappresentato altri suoi compagni di viaggio, altri artisti. Ricorderete l’istallazione di Uwe, la galleria di Francesco Pantaleone. Credo che sia importante questo confronto tra questi due artisti (Guttuso/Di Girolamo), certo guarderemo cosa significano questi quarant’anni di differenza nell’arte contemporanea, ma è anche un confronto di noi stessi, della Palermo che eravamo, della Palermo che siamo, e che saremo.
Io approfitto della vostra presenza, vi utilizzo come testimoni, per fare una richiesta a Mauro che lui avrà la serenità di accogliere o meno. Noi nei prossimi mesi avvieremo la Quadreria di Arte Moderna e Contemporanea dello Steri. Molte opere che sono state donate verranno esposte con un apparato museologico a supporto, la Vucciria di Guttuso verrà spostata all’interno dello Steri. A noi farebbe veramente piacere se Mauro volesse donare all’Università di Palermo la sua Vucciria, a noi farebbe piacere collocarla al posto della Vucciria di Guttuso, proprio per riattivare il discorso su questa città.Grazie per la tua presenza e per avere scelto Palazzo Steri per la tua mostra.
Una reinterpretazione della Vucciria in chiave contemporanea che gareggia con quella di Guttuso per forza e bellezza.
Conosco Mauro da tempo, fin da quando ospitai una sua mostra nel 2009 all’ex Noviziato dei Crociferi riaperto alla città come spazio espositivo per l’arte. È un grande artista che onora la nostra città. Grazie di cuore .

Maurizio Carta,  Prorettore dell’ Università degli Studi di Palermo, Architetto e
dottore di ricerca in Pianificazione urbana e territoriale

 

2013 L’Università di Palermo ha voluto ospitare presso la sede del suo Rettorato questo evento di un giovane pittore, che a quarant’anni di distanza dalla Vucciria di Renato Guttuso propone la Vucciria di oggi. È facile trovare le differenze, è una vera differenza sociologica, un cambiamento di quello che è avvenuto oggi alla Vucciria: da essere un mercato, una esposizione con una ricchezza di mercanzie, oggi è diventato un luogo dove si vive la notte, dove ci si incontra fra le persone.
Mauro ha voluto raccontarci il periodo di oggi come un luogo della notte e delle persone.

Bernardo Tortorici, Presidente dell’Associazione Amici dei Musei Siciliani

 

2013 Mi piace questo titolo, “Umanità”. I quadri sono molto belli, il quadro “Enrico” mi ricorda Van Gogh, per l’utilizzo e l’intensità dei colori. C’è anche la sensualità di Modigliani in alcuni quadri, oltre l’aspetto decorativo alla Klimt.

Giancarlo Giannini, Attore e Regista

2013 Mi piace fare risaltare nella pochezza della mia pagina, questa tela sulla Vucciria, esposta a Palazzo Steri, insieme, a quella di Guttuso.
Mauro Di Girolamo, che ho avuto il piacere di conoscere, è un giovane pittore che ha « fotografato « la Vucciria, così com›è. Mentre presentava il suo lavoro, nella cornice della Libreria Macaione, a Palermo. l›ho osservato con i miei occhi severi, ed è un vero artista contemporaneo, senza pose e asciutto nel sua arte.ma, soprattutto, dimentico e quasi inconsapevole del suo genio ed anche per questo, un Maestro.

Giulio Gallo Gallo, Fotografo

 

2013 La Vucciria Mauro Di Girolamo
Chiasso, frastuono assordante, acufeni metallici si sprigionano da questa Vucciria, non più fatta per incontri celati tra angoli di bancarelle smussate solo per far passare o nascondere le sue persone.
Siamo dentro al mercato di Palermo le prelibatezze i colori e i sapori sono cancellati, da tanti volti che non hanno più corpo. Siamo complici della mancanza di pietanze e di sapori che no danno più senso ai volti?
Viviamo fuori dal mercato, girovaghiamo tra la folla nella confusione degli odori acri, suggestioni notturne cariche di vetri rotti e sguardi illuminati da suoni e luci tenui di lampioni penzolanti.
Siamo sicuri che questo matrimonio si deve consumare? Cosa spinge a vivere questa atmosfera? La coppia si trasformerà?
Viviamo nel caos, difficilmente troviamo dei segni che ci appartengono, cosi incrociamo volti che sembrano più delle maschere.

Angelo Ditria

 

“La nostra terra è piena di incoerenze, eppure è in grado talvolta di regalarci emozioni uniche. Di Girolamo racconta proprio una Palermo, quella della “leggerezza dell’essere”, che ti lascia senza fiato in certe calde domeniche di inverno.
Guardando le sue opere infatti è come se finalmente riscoprissi una realtà diversa, entrando per magia in contatto con soggetti che prendono vita in un ritmo diffuso, evidente nei colori forti, negli odori che ci sembra di sentire, nelle musiche che inevitabilmente coinvolgono, perché nelle sue opere siamo in quella Palermo senza tempo che ti piace, quando dimentichi le contraddizioni della città. Il mercato non è morente, non ci sono le tristi balate asciutte, ma è vivo e non dorme, illuminato dal vocio notturno della movida, dai ritmi incalzanti del calore mediterraneo. Ad un tratto sei in una storica via della Kalsa, senti il profumo del mare. Tra la chiesa e il vecchio carcere noti una porticina dalla quale senti musica e colore.
Lontano dal sentimentalismo pittorico italiano, dalla fede isterica e pessimista, la pittura del nostro artista sa essere nell’ottimismo riflessiva, non mancando importanti elementi d’introspezione verso uno sguardo all’esistenza acuto e a volte tragico, evidente in certe tele dove riaffiora la Palermo di sempre. I volti sono stanchi dopo la serata appena trascorsa, dove ormai l’alba è pronta a violentare i sogni che fino a un’ora prima danzavano.
Un bambino piange, il locandiere sistema le sedie scomposte, il posteggiatore ha lasciato un grosso graffio sulla tua auto, una prostituta aspetta il suo protettore fumando una sigaretta, due cavalli galoppano tristi per qualche corsa clandestina, ma ancora dentro te senti un barlume di sconsolata speranza. Tutto questo è Mauro Di Girolamo, è la sua Palermo, sono le sue opere, tutte cosi acute in un’atmosfera che mischia sensualità e malinconia che le rende tanto profonde e attraenti.”

Ricordati che devi morire!
Considerazione banale ma che condiziona in modo incisivo la nostra vita.
Viviamo in una perpetua condizione di scarsità di tempo e di denaro e cerchiamo di fare, in tale condizione, le scelte che riteniamo giuste per condurci alla felicità.
Semplificazione fino all’osso delle nostre esistenze, ma efficace. Il dopo è un’ incognita accanto alla quale tutto perde di colpo significato; tutto diviene inutile davanti all’oblio del senza tempo.
Eppure qualcosa, un sentiero, una via verso l’immortalità per l’uomo può esserci ed è l’arte.
Arte come elemento salvifico, come elemento unico che può conservare qualcosa della nostra esistenza, un piccolo germe di infinito che si ferma sul ciglio profondo dell’oblio.
Arte il vero discrimene tra uomo e animale.
Partire dalla morte per descrivere un artista come Mauro Di Girolamo, pensandoci, non è forse molto azzeccato, basta guardare qualsiasi delle sue opere per rendersene conto.
Di morente nelle opere di Di Girolamo non vi è nulla, anzi, troverete un inno puro alla vita, a una vita di colori e ritmi immortali.
Mauro Di Girolamo e il realismo magico siciliano, opera monumentale che è esposta in modo permanete a palazzo Chiaramonte Steri, proprio vicino alla Vucciria del maestro Guttuso.
Basta guardare quest’ultima sua opera per comprendere la lungimiranza dell’artista.
Il mercato non è morente, non ci sono le tristi balate asciutte, ma è vivo, è un mercato che non dorme illuminato dal vocio notturno della movida, dai ritmi incalzanti del calore mediterraneo. Ritmo diffuso nelle opere di Di Girolamo, evidente nei colori forti, negli odori che ci sembra di sentire, nelle musiche che inevitabilmente coinvolgono; perché li conosci, perché nelle sue opere siamo a Palermo, in quella Palermo senza tempo che ti piace, in quei momenti quando dimentichi le contraddizioni della città.
La nostra terra è piena di incoerenze, eppure è in grado talvolta di regalarci emozioni uniche. Mauro racconta proprio quella Palermo, quella della “leggerezza dell’essere” quella che ti lascia senza fiato in certe calde domeniche di inverno.
Guardando le sue opere infatti è come se finalmente riscoprissi una realtà diversa, come per magia entri in contatto con quei soggetti che prendono vita. Ad un tratto sei in una storica via della Kalsa. Tra la chiesa e il vecchio carcere noti una porticina dalla quale senti musica e colore. Entri nella tavernetta e sei davanti a belle ballerine di flamenco danzanti, spagnoleggianti, ammiccanti.
Non riesci a star fermo davanti ai suoi capolavori perché senti, guardando, l’incalzante ritmo latino delle mani che applaudono, dei tacchi delle ballerine sul legno, il fumo denso attraverso la quale le donne meravigliose e vere ti invitano a far parte di quel movimento.
Sei tentato di mollare tutto e seguirli dentro quel sogno.
Lontano dal sentimentalismo pittorico italiano, dalla fede isterica e pessimista, la pittura del nostro artista sa essere nell’ottimismo riflessiva, non mancano infatti importanti elementi d’introspezione verso un acuto, a volte, tragico sguardo all’esistenza, evidente in certe tele, dove riaffiora la Palermo di sempre. I volti sono stanchi dopo la serata appena trascorsa, dove ormai l’alba è pronta a violentare i sogni che fino a un’ora prima danzavano.
Le ballerine si tolgono le scarpe in un angolo, un bambino chissà da dove piange, il locandiere sistema le sedie scomposte. Non ti resta che uscire dal locale e tornare alla Palermo di sempre; il posteggiatore ha lasciato un grosso graffio sulla tua auto, una prostituta aspetta il suo protettore fumando una sigaretta, due cavalli galoppano tristi chissà per quale corsa clandestina; ma ancora dentro te senti un barlume di sconsolata speranza.
Tutto questo è Mauro Di Girolamo, è la sua Palermo, sono le sue opere, tutte cosi acute in un’atmosfera che mischia sensualità e malinconia che rende le sue opere tanto profonde e attraenti.

Pietro Schirò

 

2013 Vivere in centro storico, a Palermo, vicino ai rumorosi mercati, gli odori ed i colori di Ballarò, tra i vicoli della Vucciria, attraeva Mauro come una tela bianca ancora da dipingere, provocando incertezze per l’insicurezza creata dalla tensione vitale di quel luogo.
Tra le imponenti visioni di monumenti che catalizzano lo sguardo, annullando le distanze del tempo trascorso, si anima una pittura e si definiscono ritagli di stati d’animo, volti di donne e uomini.
Nell’opera Ballarò, tra le rovine fatiscenti degli antichi palazzi, una lampada rossa di fattura cinese ondeggia, appoggiata ad un cielo denso di un azzurro greve per i riflessi violacei, mentre sullo sfondo, come in una cartolina, disegnata con la sola pretesa di testimoniare l’esistenza di una città, si scorge San Giovanni degli Eremiti, antico luogo di culto, con le sue cupole arabe.
Nei sentieri di uomini e merci del mercato storico di Ballarò avviene un incontro di razze differenti, incrociando occhi che brillano di luce sulla pelle nera. L’insolita architettura nel tessuto urbanistico è un incontro quotidiano per lo sguardo della gente del quartiere che rivive, senza stupirsi troppo, la meraviglia di un passato così diverso, ancora presente, in maniera arrogante, a dispetto delle macerie, causate dalle distruzioni mai rimosse.
L’ossessione per la Spagna e la sua cultura, da sempre avvertita, ma maturata artisticamente durante il periodo di studio presso l’Accademia di Belle Arti di Valencia, si è adattata al clima culturale del Sud della città di Palermo, nella mescolanza di architetture e di opere lasciate dalle antiche dominazioni, immersa in una cultura attraversata da molteplici influenze.
La storia è seguita a passi lenti dalla vita di uomini comuni ed il pensiero politico e religioso si riducono ad un vagheggiamento sognante o un’espressione furtiva che soggiace ad un gesto comune, come si intravede in Palermo fu capitale di un sogno del Mediterraneo: tre donne animano una conversazione muta, fatta da sguardi gravidi di malizia che nella cultura popolare diventa quel mal pensare convenzionale, come un’intesa che asseconda un sentire capace di riconoscere profondamente la vita. La bellezza è allucinante, un horror vacui percorre la tela fino a diventare decorazione ripetuta, filamenti preziosi in mantelli avvolgenti, disegni dorati ricoprono lo sfondo e formazioni geometriche, adagiate in maniera irregolare, impreziosiscono le superfici pittoriche.
Le donne potrebbero essere attratte da quel cavallo nero che guarda con un occhio consapevole ed umanizzato, simbolo di quella storia mediterranea che attraversa la vita degli uomini, ma il cavallo, che ricorre spesso nell’ultima produzione, condensa nella sua natura animale il simbolo di un istinto indomato che mai muore di fronte ai processi di civilizzazione.
L’umanità è ritratta come sentimento di appartenenza al proprio contesto di vita, diventando veicolo di convivenza che si rivolge all’esterno, a partire da un semplice sguardo verso la realtà circostante.
Umanità rappresenta una donna che abbraccia il suo bambino con lineamenti orientali, appartenenti alla comunità cinese che ha conquistato una parte del tessuto vitale della città. La donna sembra appena aver lasciato da poco il letto, ricco di sete e stoffe impreziosite da stampe, che si trova alle sue spalle. Le pareti sono fatte di azzurro cielo e con un effetto di assurdità si rivela la presenza della quadriga bronzea di Apollo che incornicia la facciata del Teatro Politeama Garibaldi di Palermo.
Storie comuni, vicende dell’arte e del passato della città si intrecciano insieme in un susseguirsi di momenti che appaiono distanti e coesi nella stessa ambientazione.
Le logiche spaziali e temporali non sono rispettate secondo rigidi criteri, ma distorte mediante una dislocazione dello spazio. L’alterazione di una consueta percezione della realtà è raggiunta attraverso effetti costruiti mediante insolite aperture prospettiche o attraverso estensioni della interiorità dei personaggi nello spazio esterno, giungendo alla rottura di regole convenzionali, predisposte alla costruzione di una prosa del quotidiano.
La pittura assume dei ritmi narrativi che raccontano momenti di vita comune, perseguendo una volontà di narrazione, documentata dai volti dei personaggi racchiusi in un’assolutezza che assegna una condizione di consapevolezza ad ogni figura, come in La magia di un gruppo in una notte d’Estate, dove appare un gruppo di ballerine di flamenco in un momento di pausa.
Alla distorsione spaziale si aggiunge una concezione temporale che racchiude in un eterno presente le differenze esistenti tra passato e futuro, fino alla resa di un tempo interiore e lento che raggiunge l’intensità di uno stato di eternità sospeso. I momenti di vita acquistano una dimensione leggendaria, attraverso la resa di una concezione ciclica del tempo, in cui il futuro imminente sembra ritornare nell’attimo del presente che diventa sempre più carico di consapevolezza interiore.
La pittura di Mauro Di Girolamo, legata alle radici di un Espressionismo europeo, si traduce nei toni sanguigni di una cultura del Sud, conformando un realismo che porta con sé segni di un’inquietudine e di uno stupore, creando atmosfere che ben si adattano al Real Maravilloso della cultura letteraria sudamericana, contraddistinto da situazioni che suscitano straniamento ed intensi sentimenti. L’intento creativo diventa strumento per riconoscersi e favorire la comprensione della propria individualità nel contesto della cultura di appartenenza e di relazione con gli altri.
Emblematico appare in questo senso la visione di un volto umano dai tratti stilizzati ed arcaici: La bellezza dell’inquietudine, una maschera dell’umanità che ben si adatta con la sua bellezza indifferente, e poco personalizzata, al volto di diversi individui. Nell’incanto della bellezza, colta e ritratta in una missione assegnata all’artista, si svela la scoperta per alcuni della propria individualità, della propria coscienza, forse, per molti, invece, rimarrà l’oblio di sé, uno smarrimento e una lontananza, espressa da grandi occhi, privati dalla capacità di comprendersi e di appartenersi.
Nel riconoscimento della propria identità umana, innanzitutto, ed individuale, l’eros è capace di essere forza di unione, ora vissuto nella sua dimensione carnale, istintiva ed indifferente, come quando sono in scena le prostitute in Lucciole o come attrazione esclusiva nei confronti della propria donna, come, nel ritratto di Monica, dove l’eros sembra aver riunito la carne allo spirito, scoprendo l’anima assorta della donna, nel gesto della mano, come pugno chiuso rivolto alla propria mente.
Questa umanità persegue l’amore, la soddisfazione del piacere, l’esigenza di incontrare, il desiderio di procreare, crea i propri desideri, sprofonda in un’intima riflessione
Testimoni della vita trascorsa rimangono i volti anonimi di uomini e donne sconosciuti, con i tratti marcati dei lineamenti, prigione e confine di se stessi, ridotti alla fissità di uno sguardo che guarda con profonda solitudine gli altri esseri umani così fragili e vivi.

Giuseppe Giovanni Blando, Curatore indipendente e Storico dell’Arte

 

2013. Mi piacciono le persone e i loro mondi possibili.Umanità è il sentimento etico di rispetto della specie umana, in tutte le sue forme e in tutti i suoi stati. Umanità è il genere umano nel suo insieme. Umanità sono le persone e i loro, i nostri, mondi possibili. E sono persino le mura intrise di storia, che sono di noi, ma sono di molti altri ancora, nell’alternarsi del tempo.
È questa la cifra espressiva che contraddistingue le opere qui raccolte, realizzate trasversalmente negli anni, a partire dagli esordi, già fortemente connotati, come il compianto Gregorio Napoli espresse magistralmente nel 2009: “La pittura del ragazzo Di Girolamo risuona con eco stentorea: non un vagito, bensì un canto baritonale di fermo appoggio sul diaframma dell’ispirazione non mercificata”.
Questa mostra è un racconto di anime a metà, che anelano a realizzare la propria esistenza, sempre individuata, concreta, singola e irripetibile, ed anche così difficile, da sempre, per tutti. Non importa che questa fatica del vivere sia pubblica ed emotiva, o solitaria e silenziosa, nessuno è intimamente libero da questa ricerca di senso del proprio esistere di Uomo.
Fra le tele vediamo figure immerse in contesti immaginifici, al di là degli schemi spaziotemporali sperimentati nella realtà storica e condivisa, oppure, in contrasto, lasciati al solo conforto del proprio pensiero interiore. Sono uomini e donne fermi nei loro sguardi, nei loro occhi richiusi, contraddistinti da una vitalità interiore “bollente”, come in una danza in cui tutto è umano, contingente, ma alla ricerca di sé e dell’infinito, terreno e soave al tempo stesso, energia e paralisi.
Mauro Di Girolamo è qui cantore di un vortice di colore, profondità e contrasti.

Monica Sanclemente

 

2013 E’ un quadro molto particolare, è molto bello il ritratto fatto a Guttuso e a Bernardo Tortorici. Durante il confronto artistico generazionale, tra l’opera di Mauro Di Girolamo e quella di Renato Guttuso, Sgarbi esprime il suo il suo gradevole parere sul quadro Vucciria di Mauro Di Girolamo, dicendo che quella realizzata da Di Girolamo gli piace di più rispetto all’opera omonima di Guttuso.

2012 all’artista: “…Ritorna con una pittura che si è alleggerita, con un buon disegno: c’è una prospettiva di avanzamento, non si può negare.”

2009 a Giuseppe Tornatore: “Un pittore tormentato”
2009 a Vladimir Luxuria: “Un pittore ormai di famiglia”
2008 a Katia Ricciarelli: “Ecco un pittore che dipinge nella penombra”

Vittorio Sgarbi

 

2012 La forza del colore in cui dirompe la Storia e il mistero dell’Universo colto nel volto di una donna.
E’ il dialogo tra culture diverse, assimilate durante numerosi viaggi, ad animare le opere di Mauro Di Girolamo, giovane artista palermitano che si esprime attraverso un espressionismo in cui dirompe la forza del colore, mitigato da una personale riflessione sulla storia e i suoi miti, tradotti in chiave contemporanea.
Negli ultimi anni, dopo un allontanamento dalla tecnica caravaggesca appresa in Accademia, la sua poetica si concentra sulla figura femminile, che diventa simbolo della forza dell’Universo, in una resa pittorica fortemente materica o elegantemente delineata, ma sempre intrisa di una consapevole attrazione per il mistero che la circonda.
L’attenzione verso la delicata trama iconografica mediorientale si unisce al fascino della decorazione e dei simbolismi sottintesi di Klimt senza tralasciare una continua sperimentazione con l’arte digitale e la passione per le performance dal vivo in cui diventa attore e regista.

Giada Cantamessa, Curatrice Indipendente

Questi volti femminili sono enfatizzati dal un trucco pesante, con labbra piene, sembrano quasi dei clown malinconici, che vogliono nascondere la loro autentica bellezza, per mostrare una femminilità sensuale, una forma di richiamo sessuale… il dipinto rappresenta quasi un artificio della femminilità, in modo più o meno consapevole l’Autore (forse) ha voluto rappresentare un volto immaginario in cui l’IO di questa “DONNA” si basa sulla coscienza dell’espressione dei suoi occhi, così profondamente lontani e dolorosamente vicini ad una realtà che è costretta a vivere, senza potersi ribellare.

Maria Pia Caradonna, Architetto

 

2012 Tra le mura anguste di un’antica villa oggi ho letto di universi ed emozioni, di figure morbide e vibranti e di voglia di dare ed assetata voglia di vita. Sto raccontando delle opere di Mauro di Girolamo, pittore Siculo emergente esposte oggi alla galleria d’arte Pittalà a Bagheria, Quadri rappresentanti l’universo femminile nella sua molteplicità, nei suoi contrasti stridenti eppure tuttavia armonici, l’universo femminile nella sua forma di significato arcaica, come possiamo leggerlo tra gli scritti della dottoressa Clarissa Pinkola Estès, il femminino creatore delle leggende sciamaniche della Curandera, nei miti tribali che affondano le loro radici in un passato che riecheggia ancora nell’eco della Grande Madre, un femminino che viene portato sulla scena e presentato con forza dall’elegante potenza e sensibilità di un cavallo che irrompe sulla tela e che sembra volerla oltrepassare e l’impeto del fuoco dei crini, il collo teso in avanti e l’occhio deciso pregno di smania di rompere il silenzio ed andare, correre incendiano di vita e raccontando della forza di vita. Accanto a lui e tutt’intorno figure di donne, dalle linee morbide ed eleganti, occhi e labbra enfatizzano le linee pulite del volto e dei corpi, figure circondate da pennellate forti; dominano le tonalità del rosso, e del giallo, ma anche del blu cobalto, colori che si ripetono e si mischiano dando vita all’emozione del mondo interiore di quelle donne dipinte su tela, passione, rabbia, forza, serenità, si uniscono in un carosello di luci attorno queste donne di cui il pittore dipinge l’anima raffigurandole ad occhi chiusi, in quegli occhi chiusi esse si lasciano scrutare ed amare, non invadono il mondo dello spettatore con il loro, così vivo e vivido, lasciano che questo si perda nel loro mondo, nella loro comunicabilità, che le loro forme morbide lo avvolgano come in un grembo cullandolo e rassicurandolo in perfetta armonia e gioiosità con i colori del loro mondo interiore che le circondano, ma tra queste donne alcune scrutano, gli occhi grandi e scuri bene aperti, trapassano e domandano; sono occhi che impongono la vista di altri occhi, quelli interiori di chi osserva, e mettono a nudo il mondo dell’altro, occhi che in base a ciò che vi si rispecchia hanno il potere di calamitare, innamorare ma anche mettere l’osservatore in profondo disagio; in questi dipinti ci troviamo di fronte a due quadri l’uno nell’altro, in quanto viene espresso sia il mondo interiore del femminino arcaico, sia il mondo esteriore, ed in questo la Donna in incipit, in primo piano con gli occhi aperti e fissi nella sua muta domanda che sembrano già conoscere una risposta. Quello che colpisce l’occhio, ad uno sguardo d’insieme è che ogni singolo quadro, ogni singola finestra, non stride con le altre per quanto molto diverse tra loro, ma ne è complementare formando la visione di un tutto armonico in cui le emozioni si possono librare riconoscendosi e respirandosi a vicenda in un convivio gioioso che viene riportato, vibrante, all’interno dell’animo di chi osserva.

Lavinia Pinello, Scrittrice

 

Sto fermo per ore, per giorni,
a sentire il mio mondo interiore
squarciarsi per mille raggi intestini.
Poi d’un tratto so che devo toccare
con le mie mani nude quel pezzo di tela,
e farne un sudario ed offrirlo, ma “presto!”
al mio Umano gemello ed opposto e diverso
che è sempre così tanto lontano.
Ciascuno col proprio grido custodito negli occhi,
di festa o di angoscia, di attesa o d’inganno.
Un unico fiato in comune: ciò che conta è l’amore.
Che vada o che arrivi, il Mago dello Scirocco
soffia il fuoco a ventaglio, nei sensi e nel ventre,
su tutte le terrazze dell’Uomo nel mondo.

Fosca Medizza

A nulla vale la carezza della seta,
fra le lenzuola di notte e sulla pelle di giorno.
Misera allegria traspare dall’ombrello di carta di riso.
Nessun profumo di prato, dal fior di loto fra i miei capelli.
Io e il mio bimbo, sfuggiti alla “Legge del figlio minore”,
lasciato il Paese del Dragone che scaccia il demonio,
cerchiamo unteatro aperto ed umano
in una città capace di offrire la Luna e il sorriso.

Fosca Medizza

Monica è il ponte d’acciaio, il mio contatto con l’Umanità.
Lei sorride per me, mi governa le mani, la barba, il passato.
È arrivata in un giorno di noia, zittendo d’un colpo il vocìo,
e ha portato la danza nel vicolo cieco e affollato.
Il suo corpo è un riparo per me che sto nudo,
lei è guaina mielinica di ogni mio nervo scoperto.
Forte come il vento, leggera come il vento.
Tempesta impetuosa, che innesca i miei voli di Pindaro acrilico.

Fosca Medizza

È in questo infinito, come letto di Cristo,
che la coscienza prende il mio corpo.
Divengo tutt’uno col tempo e lo spazio
nel principio silenzioso del mondo,
se solo spengo lo sguardo.
Ed il cielo si espande e mi avvolge
e diventa dimora e pensiero
nel mio buio interiore profondo
che chiede la prova di un Senso.

Fosca Medizza

 

Dentro l’ambra antica dello sguardo inquieto
quella faglia di dolore spacca croste riarse
e conduce a malesseri sotterranei
mentre un oro ingenuo accende l’iride
ed infrange qualunque tenebra.
Gli occhi tramutano le ferite in segno.
Un sentire in tumulto,
reso traccia visibile sulla carne delle labbra,
penetra i labirinti della mente
ed intreccia emozioni fra Uomo e Uomo.

Fosca Medizza

 

Non so quanti quanti sigari siano trascorsi, come ore in fumo,
dal nostro addio che non accenna a smorzarsi.
Di porpora acceso, che era la nostra intesa di fiamma,
rimane solo il muro alle mie spalle.
Tutto è “alle spalle”.
Il tuo gatto è sempre qui, più molle delle mie voglie,
e ti aspetta e scalda il tuo nome
sulla coperta che non ha più odore.

Fosca Medizza

 

Ti porto via dal dolore, piccolo mio, col Libeccio;
ti porto in un mondo di confusa bellezza,
la nostra calda lampada ad olio cederà il posto
alla luce accecante della libertà oltre Equatore.
Avrai le mie braccia a stringere forte il tuo sonno,
avrai il tuo pane dorato ogni giorno,
perché io venderò i miei capelli a peso di rame.
E proteggerò il tuo sogno di cavallo al trotto
fin sopra le mura di cinta del mondo.

Fosca Medizza

Io sono uomo, sono artista, passione senza freni.
Sono Tarpan.
Sono vigore che scalpita e tende al volo fra i cirri.
Cerco un canale divino che mi guidi l’istinto terreno
verso spiriti eterei con forma e calore di fiamma.
Io sono mio padre e mia madre, io sono terra ed acqua,
libido e coscienza, incontenibile impulso
che sorvola morte e materia.

Fosca Medizza

Era la mia città ed io ne amavo ogni pietra.
Poi un amore, per gioco e senza progetto,
pretese il mio tempo in un luogo lontano.
Solo un segno rimane della mia storia gitana,
che mi racchiude la chioma in un bacio fiorito,
su un tappeto intrecciato di memorie festose,
con le frange allungate fino ai miei vicoli accesi.

Fosca Medizza

 

2011 Le energie del corpo, della danza e della materia si espandono sulle tele di Mauro Di Girolamo, interprete delle vibrazioni calde e delle atmosfere intense del Sud del mondo. Con una naturale e personale familiarità verso la cultura spagnola, l’artista prova una reale fascinazione per le sonorità andaluse e per il mistero dell’anima, svelata dal cante jondo, il canto profondo, che sale dalle viscere, per raggiungere il cuore di chi lo ascolta.
Le ballerine di flamenco, come corpo e volto, in cui si condensano le emozioni, si liberano l’istinto e la sensualità, attraverso il rito di una danza antica che simula le pulsazioni, i fremiti vitali, dolenti, a volte stanchi, posseduti dalle braccia, dalle gambe a ritmo di musica.
Nel volto si conforma una cultura che celebra l’esistenza umana nell’ardore e nel dolore, mentre la passione si incarna nelle linee e nei colori scelti dall’artista, esprimendosi mediante un linearismo morbido e realistico, una pittura materica e concreta ed un’osservazione dell’essere femminile, rappresentando la forza di nascere, crescere ed amare con la bellezza di un movimento, mediante lo sforzo fisico della danza, vissuta come manifestazione dell’ interiorità.
“I Grandi artisti del Sud della Spagna, gitani o flamenchi, che cantino, ballino o suonino, sanno che nessuna emozione è possibile senza l’arrivo del duende”, cosi’ scrive Garcia Lorca in “Gioco e Teoria del Duende”, relazionando sul significato del termine Duende, in una conferenza tenuta nel salone della Sociedad de Los Amigos del Arte, a Buenos Aires nel 1933.
La parola Duende un tempo indicava il padrone di casa (dueno de una casa, proviene dalla forma apocopata casa-duende). Duende è uno spirito, un folletto, nella cultura popolare spagnola, ma nel contesto artistico, con un significato più esteso, indica il furore poetico e la sensibilità emotiva che consente di rivolgere agli altri, attraverso le forme dell’arte, le sensazioni, fino al compimento di una liberazione catartica. Il duende possiede gli artisti che hanno bisogno del corpo per fare arte, per poter incarnare le forze della natura e raggiungere una comunione mediante i sensi. Il duende è un daimon che abita nel sangue, afferma ancora Lorca, e scorre come fluido nel sangue, raggiungendo la mente, intensificando le capacità recettive dello sguardo, sentendo gli impulsi vitali, “ebbene il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare.”(cfr. G. Lorca).
Quando Mauro Di Girolamo rappresenta le ballerine di flamenco si sofferma sugli occhi febbrili, sulle palpebre socchiuse, in un momento di dolce ed intima concentrazione, rivolgendo lo sguardo sulle labbra carnose delle donne e svelando il loro essere vive e presenti nell’ attimo.
Il fascino femminile è stato reso con lo studio delle movenze della danza, attraverso la rappresentazione attenta di artisti del 900 che hanno interpretato attraverso l’arte coreutica la bellezza dei movimenti e l’ incedere flessuoso dell’ essere femminile. Nell’ atmosfera incandescente della Parigi di fine ottocento Toulouse – Lautrec, con un segno nuovo e incisivo, dipingeva la sensibilità nervosa ed estenuata delle artiste, le ballerine dei locali notturni, tra i balli del Moulin Rouge, con l’attenzione acuta e veloce del flaneur che si impregna del sapore dell’ esistenza, con l’immediata percezione degli stimoli sensoriali che provengono dalla vita notturna e mondana.
I pittori hanno anche permesso di figurare scenicamente con una moderna sensibilità le performance artistiche, come quando Picasso nel 1917, collaborando con i Ballets Russes di Diaghilev, realizza le scenografie per Parade, al Theatre du Chatelet di Parigi, con il libretto di Jean Cocteau e le musiche di Erik Satie. I costumi e le scene di Parade rappresentavano un ‘estetica pittorica contemporanea, secondo le istanze delle avanguardie futuriste, cubiste e surrealiste. Il sipario apriva allo spettatore il senso fantastico della magia della danza, ponendo in uno spazio sospeso ed irreale la società dello spettacolo, formata da attori e saltimbanchi in compagnia di mitici e bianchi cavalli alati.
Henry Matisse, sostenuto dall’esperienza del colore maturata nell’ambiente dei Fauves, con la sicurezza di uno stile personale e moderno, per la rapidità e profondità della resa formale, ha raffigurato in modo icastico il ballo nell’opera “La danse”(1909), mediante l’ immagine di un girotondo di uomini. L’uso di colori piatti e compatti, il servirsi di una precisa gamma cromatica che predilige l’arancione, il blu ed il verde, trasmette con capacità di sintesi l’ estasi frenetica del movimento tribale delle braccia unite, fino a comporre un’ellissi, disegnando con i corpi nudi danzanti un’ovale che come una spirale irraggia le onde energetiche del cosmo.
Il tema della danza e la figura delle donna nel linguaggio artistico di Mauro Di Girolamo raggiungono forza espressiva tramite un linguaggio figurativo ed una cura della forma e del colore che prescinde dalla tradizione, per giungere ad una sintesi tra figurazione ed astrazione, fino a concentrarsi negli ultimi lavori esclusivamente in una ricerca di astrazione pura.
Rimane centrale la visione del volto, che a volte sembra ricomporsi, come il contorno di una sagoma in alcune tele astratte, in altre occasioni gli elementi del viso affiorano in superficie da uno sfondo magmatico di materia, luce e colore. La rappresentazione dell’energia e dell’eros si coagula nel volto, con dei ritratti che associano al viso uno sfondo sfavillante e vibrante, un formicolio di linee e colori vivaci, come incontrollati guizzi e lampi di luce, in cui si riflette la bellezza delle donne che esplode nell’aria intorno.
Modigliani ha immortalato il mistero dell’andamento circolare del femminino con nudi di donna, distinguendosi nel ritrarre il volto con tratti che marcano l’ovale, con colli lunghi, manifestando una tensione verso l’ astrazione che si conforma in volumi di estrema purezza nelle poche sculture che ha realizzato.
I volti delle donne emergono dai blocchi di roccia, con un senso di non finito, in cui si rapprende la forma del volto di un essere femminile che è materia, ma anche tensione verso un’ascesi spirituale e mistica che raggiunge un compimento ed un senso di perfezione nella forma raggiunta.
In tele di grandi dimensioni Mauro affronta il viso della donna che giganteggia sulla tela, assumendo i caratteri di un volto arcaico, eterno, tramandando un senso di bellezza che non è indulgente rispetto ad una cultura contemporanea che tende a standardizzare stereotipi culturali, esaltando un eros privo di autenticità. Le donne ritratte assumono un valore sacro, così come avviene quando la sacralità ed il senso del rispetto si innestano nei nervi dell’esistenza, a prescindere dalla filosofia e dalla religione, considerando il termine rispetto nel significato etimologico latino di “respicere”, cioè un guardare da lontano e con devozione, possedendo una immagine mentale della donna, archetipo di vita e custode dell’energia dell’eros.
Della pittura antica romana rimangono memorabili per potenza realistica ed espressiva i ritratti del Fayum, tavolette realizzate dal I sec. a.C. fino al III sec. d.C., collocate accanto alle bende dei corpi mummificati e ritrovate nelle tombe di famiglia della classe dirigente che abitava nella valle del Fayum, in Egitto, per immortalare il volto di defunti e conservarne l’identità.
Il ritratto anche per la borghesia, nel corso dei secoli, assume un valore commemorativo per la capacità di rendere solenne il ruolo sociale.
I volti di donna per Mauro Di Girolamo non sono indicatori di una condizione sociale, ma una manifestazione del fascino dell’ essere femminile, rivelando un lento sprofondare nelle forze pulsionali dell’istinto e dell’attrazione, per eternare l’attimo della seduzione, la complicità dello sguardo che nascetra l’artista e la modella, vista nelle sembianze delle ballerine di flamenco o nella reificazione della donna, come principio arcaico di vita, soffermandosi, in alcune occasioni, sul volto di Monica, palermitana che balla il flamenco ed è nella quotidianità la donna del giovane artista.
Nella produzione recente, l’indagine sull’eros e sull’identità femminile, le suggestioni per i colori accesi e per le sonorità, la musica e la danza della cultura spagnola, hanno assunto un rilievo minore, privilegiando la realizzazioni di tele di grandi dimensioni, caratterizzate da una ricerca astratta. I lineamenti delle donne sono scomposti e dissolti, ma non sono scomparsi, per lasciare spazio a delle sinuose sagome di colore arancione, azzurro, che fluttuano in un etere denso, come in una coltre di aria condensata, dove nastri si avvolgono e si sciolgono, creando dei movimenti vorticosi, circolari, come stessero disegnando una danza.
Queste tracce di colore inserite in tasselli, come tessere di un mosaico che si scompone e ricompone, sono sature di luce rappresa che si solidifica, assumendo una dimensione concreta. La forza del colore e della forma non abbandona la pittura dell’artista che riesce anche ad infondere un movimento alle sue sagome, creando un dinamismo eccentrico, come se si vedessero degli elementi organici al microscopio, mediante delle soluzioni capaci di porre in risalto la consistenza delle particelle in esame, tramite l’utilizzo di colori fluorescenti che permettono di risaltare le differenti proprietà degli elementi sottoposti ad una microscopica osservazione.
La pittura astratta mantiene i caratteri del colore e dell’emozione, rimanendo una manifestazione del modo di operare espressionista. L’Arte Astratta, nella pittura di Mauro, risente dell’incontro con l’artista Manuel Chabrera, riprendendo le radici culturali americane che hanno influenzato le scelte di stile del maestro spagnolo. Il riferimento è all’Espressionismo Astratto, secondo la definizione elaborata dal critico Robert Myron Coates nel 1946, un’avanguardia americana che a partire dalle influenze delle elaborazioni formali create dai movimenti artistici europei, in particolar modo l’Espressionismo, conquista un equilibrio tra la figurazione e astrazione.
Tra gli artisti che hanno animato le vicende dell’Espressionismo Astratto americano, Willem De Kooning, è il pittore più vicino a Di Girolamo, per la dedizione verso il valore della forma, per il continuo gioco capace di simulare un processo di perenne esplosione ed implosione della figura, che si disperde tra le macchie di colore e l’intreccio delle geometrie.
De Kooning in una serie, denominata Women, a partire dalla fine degli anni ‘40, dipinge donne che sembrano totem di selvaggia sensualità, forse un modo con cui esorcizzare il proprio femminino o semplicemente denunciare l’irritazione provocata da alcuni aspetti delle donne.
In questo contesto creativo, si è imposta anche la figura di Jackson Pollock, inventore del dripping, l’incarnazione dell’Action Painter, del pittore di azione, secondo la teoria del critico Harold Rosemberg, che nell’articolo intitolato “The american action painters”, dalle colonne di Art news nel 1952, ha individuato in termini critici una pittura di azione, espressa tramite la forza del gesto e l’intervento di una pennellata animata da un assalto corporeo.
Nella scena italiana, su queste coordinate, Emilio Vedova ha perseguito una pittura d’azione, delineando sulla tela linee di forza che si diffondono verso più direzioni, con un segno pittorico che si impone per il vigore di un gesto.
Questi riferimenti culturali di carattere internazionale si ritrovano nella serie di opere più marcatamente astratte di Mauro Di Girolamo, che definisce il proprio lavoro in termini di Espressionismo Esistenziale, forse per dichiarare un intento lirico ed emotivo che non abbandona mai il suo modo di fare pittura.
Lo sfavillio delle tele astratte non confuta del tutto la matericità, così la consistenza della materia si raccoglie come un pulviscolo di stelle che si agita nell’universo, fino a depositarsi, creando delle nebulose splendenti di materia e aria. I colori scelti riflettono iridescenze scintillanti, come se entrassimo nell’iride delle donne ritratte. Lampi si agitano sullo sfondo della tela, creando un campo magnetico che accosta corpi e cose. Sembra affiorare la sensazione di un’inarrestabile avvicinamento verso uno spazio di silenzioso ed estatico abbandono, sentendo che il volto della donna è ancora davanti agli occhi, ormai chiusi, quando l’oscurità si accende di luminosi fosfeni ed i colori e la luce rigenerano lo spirito.

Giuseppe Giovanni Blando, Curatore indipendente e storico dell’Arte

 

2010. OUT OUT è il titolo della mostra di Mauro Di Girolamo. In inglese, si pronuncia “aut aut” e richiama molto da vicino gli assunti del filosofo considerato precursore dell’Esistenzialismo del Novecento: un individuo che crea la sua etica, all’interno di una verità sempre soggettiva, in relazione con l’altrui verità, ed è responsabile delle sue libere scelte e delle sue azioni, cosciente dell’impossibilità di fare a meno di compiere scelte, perché anche non scegliere, nella concreta situazione dell’esistenza, è in realtà una scelta.
Per l’artista, quindi, il concetto di “Out Out significa stare fuori da un qualcosa, da un gruppo, da un luogo, da un sistema, dal mercato dell’arte… È un po’ come in questo caso, un trovarsi fuori dalla Tate Modern, uno dei musei d’arte moderna e contemporanea più famosi al mondo, fuori/dentro in una performance e in una esposizione dell’opera non autorizzate. È anche un trovarsi sempre fuori dai circuiti promossi dai grandi mercanti d’arte e galleristi, e da leggi di mercato sovrastrutturali, che cercano la continua sollecitazione delle masse nella provocazione, con la consacrazione di artisti che si fanno prodotto, come Hirst.
Mauro Di Girolamo, fondatore e promotore del movimento artistico Neo Espressionismo Esistenziale, il cui manifesto cita, in maiuscolo: L’ARTE PER L’UMANITÀ, L’ARTE CONTRO LA MORTE, L’ARTE CONTRO LA GUERRA decide quindi di esprimere la sua opinione sui fatti che riguardano l’arte contemporanea e le opere prodotte, nel suo personale modo, esibendo un’azione dal risvolto contestatorio e al contempo propositivo per l’affermarsi di una rinnovata attenzione/tensione etica nella motivazione artistica corrente.
Il 4 aprile 2012, durante l’ufficiale apertura al pubblico della mostra retrospettiva dedicata al più quotato artista vivente Damien Hirst (ex capofila degli Young British Artists), il giovane artista italiano realizza una performance pittorica connotata da un intento fortemente etico e rivoluzionario: mette in atto un’Action live painting e calamita su di sé l’attenzione, sia all’interno che all’esterno del prestigioso museo.
Di Girolamo effettua questa operazione artistica in segno simbolico di protesta, contro il sistema economico delle multinazionali dei farmaci, del tabacco e dello sfruttamento indiscriminato degli animali, che sostengono economicamente l’artista britannico: questi, sornione, ne esibisce i prodotti e i risultati, in forma esplicita e cruda, deridendo le masse di visitatori che, incuriositi dalla pubblicità massiccia dei media, vengono a visitare la mostra, per poi comprarne i gadget.
Quella di Hirst, secondo Mauro Di Girolamo, è senza alcun dubbio una raffigurazione di una morte non naturale: “naturale, invece”, dice l’artista, “in termini di spettacolarizzazione, è il confronto con le famose Catacombe dei Cappuccini a Palermo, dove queste, però, mantengono l’atavico sacrale rispetto per la vita e quindi per la morte”. Secondo l’artista siciliano, nelle opere di Hirst, v’è solo l’arroganza di ostentare attraverso l’ormai fin troppo percorso alibi della provocazione assurda, che questa sia “Arte”.
Hirst certamente descrive una morte violenta, strappata, derubata alla vita degli animali sezionati in due parti, millimetricamente simmetriche, e collocati in sorte d’acquari pieni di formaldeide, sostanza che ne rallenta la decomposizione e ne mostra al contempo l’evolversi.
Secondo Di Girolamo, in questa rappresentazione, vi è senza alcun dubbio nulla di naturale, nel senso umano del termine, non “il pesce grande che mangia il pesce piccolo”, ma l’artista che partecipa attivamente ad una goliardia macabra nell’oscenizzare la morte di esseri viventi, e ne trae business. Lo stesso business che diventa fulcro dell’oggetto artistico, bypassando il confronto con la dimensione etica, che pure rende da sempre l’arte, come la filosofia, un elemento imprescindibile per la crescita dell’essere umano.
La mostra che inaugura il 9 giugno 2012 raccoglie alcune delle recenti opere realizzate dal giovane artista che, neppure trentenne, ha viaggiato in quasi tutta Europa e si è confrontato con personaggi di grande calibro, quali il compianto Gregorio Napoli e il prof. Vittorio Sgarbi ed ha già realizzato alcune mostre personali.
La tematica che domina è quella della donna, rappresentata con un eros esplicitato dall’interiorità, a simboleggiare la tensione della potenza creatrice dell’universo. Una pittura esistenziale, espressionista, figurativa ma al contempo astratta. Una rappresentazione pittorica della figura umana nella sua levità e delicatezza, dove il colore si appoggia appena sul supporto, lasciando sprazzi di bianco non dipinto, o dove invece la sua dirompenza anche fortemente materica, tridimensionale, diventa ruvida, graffiante, a tratti invadente.“…In tele di grandi dimensioni Di Girolamo affronta il viso della donna, che giganteggia sulla tela, assumendo i caratteri di un volto arcaico, eterno, tramandando un senso di bellezza che non è indulgente rispetto ad una cultura contemporanea che tende a standardizzare stereotipi culturali, esaltando un eros privo di autenticità. Le donne ritratte assumono un valore sacro, così come avviene quando la sacralità ed il senso del rispetto si innestano nei nervi dell’esistenza, a prescindere dalla filosofia e dalla religione, considerando il termine rispetto nel significato etimologico latino di “respicere”, cioè un guardare da lontano e con devozione, possedendo una immagine mentale della donna, archetipo di vita e custode dell’energia dell’eros” (cit. G. G. Blando).
La tela dipinta alla Tate Modern si differenzia dalle altre esposte soprattutto per lo sfondo, che non è più dominato dal blu, ma dal bianco. Permane invece la posizione frontale, arcaica, tipica delle korai dell’epoca classica, a sottolineare l’epos voluto dall’artista.
Il filo conduttore fra la perfomance all’esterno del Museo d’Arte Contemporanea di Londra e le opere esposte è infatti nell’approccio epico dell’artista al contrasto. L’artista come Davide che cerca di sconfiggere Golia, utilizzando però non le armi del gigante, una violenza spettacolarizzata che si compiace della morte cui fa l’occhiolino, ma attingendo invece in maniera archetipica alla dolcezza e alla forza stesse dell’esistenza, incarnate appunto nella donna, vortice di gioia vitale rispetto a tutto ciò che è contingente, Eros che si contrappone a Thanatos.
L’artista-David, non è incosciente della morte ma, anzi, è ossessionato da essa (“la morte non è la fine, ma è l’Esistere comunque, insieme all’Esistenza dell’universo”, le sue parole) al punto da sviluppare una compulsione creativa che egli sublima in modo viscerale, setacciando l’opera in contrasti di materia e leggerezza insieme, che restituiscono la viva armonia del mondo e delle sue dicotomie e scissioni: come il contrasto di amore e odio con la terra natia, che richiede all’artista la sua permanenza in un contesto che egli percepisce come di fatto chiuso all’espressione autonoma e all’autorealizzazione, se al di fuori da logiche di appartenenza; come il contrasto “out-out/fuori-fuori” che dà il titolo alla mostra e che richiama volontariamente l’indispensabilità della scelta, l’aut-aut/o-o del filosofo che gettò le basi per l’esistenzialismo, Søren Kierkegaard.
Una pittura espressiva di un’interiorità, quella del pittore, che osserva e partecipa con l’emozione alla girandola della vita.

Monica Sanclemente

 

2010 Sono molto orgoglioso di Mauro, a parte che è un buon amico… Credo che abbia delle possibilità che gli permettano di essere una promessa del futuro, sia per se stesso, sia per la sua Arte: se lavorerà con intensità, se viaggerà molto e conoscerà la tecnica di molti artisti, penso che Mauro Di Girolamo possa essere la rivelazione di questo nuovo secolo.
Gli ho commentato la possibilità di lavorare insieme in Spagna, per migliorare la nostra tecnica, e il nostro modo di esprimerla. Io credo che Mauro sia capace di ritrarre molto bene l’apparenza fisica, delle persone, e che adesso debba ritrarre l’anima e lo spirito della persona. Se riesce a portarlo a termine, sarà in grado di trasmettere le emozioni e le sensazioni in un modo praticamente puro di sentire l’astratto, questo è molto importante, per il ventunesimo secolo.

Manuel Chabrera, Artista e Architetto

 

2010 Nell’atelier di Mauro Di Girolamo, alias Mauro El Pintor, talentuoso artista palermitano che dà colore agli stati d’animo e dipinge l’emozioni di luoghi, situazioni ed esseri umani, interessanti i volti di donna, estemporanea femminilità ritratta… Ed anche il mio volto è diventato un quadro sulla tela del El Pintor… così è come mi vede.”

Mariella Magazù, Giornalista per Rai news 24

 

2010 Un volto di donna, arcaico, mediterraneo, africano, del Sud del mondo si ripete con modulazioni differenti, sempre a grandi dimensioni, ravvicinate, secondo proporzioni iperrealistiche. Labbra carnose, occhi luminosi, caldi, presi da una febbre, a tratti allucinante, un volto abbellito da pendenti agli orecchi, cerchi d’oro, quelli di una femmina che vuole sembrare bella, forse una spagnola o una siciliana, non importa l’origine, ma l’intensità dello sguardo, i colori della tela, il rosso, il giallo oro, l’azzurro nelle tonalità più dense, incarnano una luce ed un calore che solo una donna del Sud può sentire così bruciare dentro.
Mauro Di Girolamo si fa chiamare El Pintor, il pittore, come lo definivano a Valencia, durante l’anno in cui ha frequentato l’Accademia di Belle Arti nella città spagnola. Sgarbi presentandolo a Giuseppe Tornatore, che ha ricevuto in dono un’opera di Mauro, lo ha definito “un pittore turbato”, notando forse l’esuberanza del suo temperamento ed il sentimento sincero che anima il suo lavoro. El Pintor vuole essere pittore e si chiede con purezza quale possa essere il ruolo dell’artista nella società attuale, senza rimanere irretito dal sistema dell’arte e dal divismo senza reali contenuti di alcuni protagonisti dello show business.
La reale passione di questo giovane artista ha ricevuto già dei consensi da parte della critica e al di là dell’attenzione di Vittorio Sgarbi, che Mauro segue da due anni a Salemi, ha ottenuto anche una critica positiva da parte del critico cinematografico Gregorio Napoli, scomparso di recente.
Di Girolamo si distingue, pertanto, tra le nuove leve del panorama artistico palermitano ed ha già individuato i tratti di un suo personale percorso artistico. La tecnica polimaterica, ha alle spalle i suggerimenti del maestro Nocera dell’Accademia di Belle Arti di Palermo. Con l’utilizzo di materiali mischiati ai pigmenti riesce a dare uno spessore alla tela, dando vita ad un affresco, un intonaco, il ricordo di un muro incrostato della Vucciria.
In questo momento persegue con convinzione il tema della rappresentazione della donna, ricercando un archetipo comune, universale che possa dare concretezza ed immediata verità alla sua tela. Un Modigliani a Palermo, ritrae volti di donna, senza l’astrattismo estetizzante di un Maudit, sentendosi più vicino al calore e alla comunicatività dell’Espressionismo.
Ha elaborato il nome di un movimento per il suo stile, definendolo Espressionismo Esistenziale, ma di certo la Storia dell’Arte ha già tanti ismi a cui dover dar conto e possono sembrare poco utili ulteriori sottodenominazioni.
Di certo, Mauro si inserisce nel contesto di importanti tendenze contemporanee dell’arte italiana mediante il recupero della narratività ed un rinnovato valore assegnato alla figurazione.

Margherita Romeo

 

2009 Palermo, Corso Vittorio Emanuele, angolo di Piazza Marina da “Franco u vastiddaru”, un panino con le panelle e crocché e uno con la milza e naturalmente completo, o come dicono i palermitani, “maritato”. Comincia così l’incontro con Mauro Di Girolamo, un giovane pittore, pizzetto e capelli lunghi, studi di Accademia e poi la Spagna, Valencia. La pittura entra nella sua vita sin da piccolo, così da fargli trasformare ogni episodio in immagini, il suo autoritratto lo rielabora con la sua testa colpita da una tavolozza che gli apre la fronte e la mente verso Palermo e la Sicilia. Il suo è uno sguardo cupo e tetro, che solo da poco ha scoperto il bagliore della luce progenitrice di vita, di quella “nova vita” che si intraprende ogni volta che si mettono i piedi fuori del portone di casa.
Le opere esposte presso la chiesa di San Mattia, ex Noviziato dei Crociferi, sono una cronaca lenta di una terra che a fatica cerca di riprendere un cammino che più che interrotto sembra, in certi casi, non essersi mai avviato. Troppi morti, troppe stragi, troppi angeli caduti dal cielo e troppi angeli avvolti tra le fiamme, troppi testimoni sconosciuti di eventi che non posso dirsi naturali. Poi dal cerchio espositivo esce “Come la Nike di Samotracia”, una tela densa e corposa che, in antitesi con la stola liscia della celebre statua conservata al Louvre, richiama la giovane dea alata figlia di Zeus che annuncia le vittorie, vittorie che qui, al sole della Sicilia, si trasformano in istruzione e lavoro. Un tracciato simbolico e materico che tiene insieme la speranza dei battiti nuovi e la terra ancora sabbiosa, che può franare da un momento all’altro trascinando tutti i risultati raggiunti, terra che va lavorata intensamente per nutrire idee e progetti di un solido futuro.
“I was born in Palermo”, recita il titolo della mostra, sostenuta dall’Assessore Maurizio Carta dell’Assessorato al Centro Storico del Comune di Palermo. Poteva intitolarsi “Palermo” o “questa è Palermo”, e invece troviamo una dichiarazione ancor più forte da far sentire oltre il mediterraneo: essere nato in questa città e appartenere ai suoi vicoli, alle sue piazze, ai platani di via Libertà, alla buca della salvezza di via Alloro, ai muri di tufo che assorbono acqua, grida e sorrisi. Sorrisi che superano il disagio sociale contemporaneo, dettato, a dire del nostro pittore, dell’annullamento dei valori positivi a cui nel dopo guerra buona parte dell’Italia si era aggrappata, valori che avevano trasformato la sofferenza e le privatizzazioni e che son stati soppiantati dai disvalori che oggi divengono la misura di un comportamento usuale a cui molti sembrano essersi adeguati, come un destino a cui non sia possibile sottrarsi.
Sembra partire bene Mauro Di Girolamo, sa di essere giovane e di avere tanto da ascoltare, vedere e leggere dalle esperienze intense e semplici che lo circondano per rintracciare il dolce e l’amaro delle anime che si nascondono oltre la porta degli occhi, che rimangono bianchi solo quando non è più possibile che ci raccontino la loro storia.

Andrea Lombardo,Giornalista per ArsLife

2009 Alla tenera e non sempre invidiabile età di venticinque anni, Mauro Di Girolamo scrive, o soltanto autorizza, il suo manifesto estetico. Lo desumiamo dalla Biography del pieghevole a sei ante distribuito durante la “personale” allestita dall’ 8 al 16 ottobre 2009 presso la chiesa San Mattia dei Crociferi alla Kalsa (via Torremuzza, Palermo).
Recita l’opuscolo: “Al senso del bello si accompagna il desiderio di rappresentare il dolore insito nell’uomo, espresso metaforicamente, eccetera eccetera”. Il fatto è che, nella luce delle quattro navate, e nel barocco di cui s’avverte il sinuoso arpeggio, in quel luogo non più dedicato al culto eppur sempre generoso di cultura, il visitatore ha potuto formulare non un bilancio, poiché la cennata aurorale anagrafe esclude un siffatto lemma assertivo, dovendosi piuttosto enunciare un primo rigo, o protocollo in senso letterale, sul libro mastro tutto da scrivere.
Quel visitatore, in ogni caso, ha potuto tracciare un regesto fin qui esauriente del forte timbro che il Di Girolamo impone alle sue tele, spazianti nel formato, gigantesche le une, ridotte le altre, pregnanti sia le prime che le seconde, e tutte coinvolte nel tema del “far pittura” contro ogni guerra, usando – svela l’Artista tecnica ad olio con codici visivi cromatici, nella commistione fra passato e presente.
A noi preme verificare codeste affermazioni. Sovente, l’Attor Protagonista è legato, crocifisso, talvolta imbavagliato mentre un occhialuto esponente dell’Inquisizione pronuncia arringhe ed invettive. Sul cavalletto, interamente ingravidato dalla stesura degl’impasti, il fundu preferibilmente scuro esalta l’aggetto scultoreo del corpo mortificato dall’ignominia, mentre l’Artista/Vittima recita l’ultimo appello contro la persecuzione; o si erge profetico sul coro di antichi guerrieri e donne in gramaglie; o si chiude nel sudario; o sogna un empireo di laici e santi in preghiera. Od impugna un’arma. E qui traluce la dicotomia fra pessimismo e speranza, onde la tavolozza di Mauro attinge una vibrazione “positivamente ambigua”.
Non sai, in altre parole, se intuire l’afflato del nulla od il raggio del buon proposito. Non sai se, nel montaggio alternato, dovrai collocare qui o là il fotogramma di un Dorian Gray suscettibile di proiettare sull’orrore della vita il già percepito orrore del nostro tempo. O se, al converso, ci libreremo tutti verso l’Angelo del risarcimento etico. Nella suggestione veemente dell’emulsione, nello scatto delle geometrie, nel “totale” possente cel coro sbigottito od implorante, la pittura del ragazzo Di Girolamo risuona con eco stentorea. Non un vagito, bensì un canto baritonale di fermo appoggio sul diaframma dell’ispirazione non mercificata.

(a proposito dell’opera “I’m a gangster artist”) :

“Questo a mio avviso è il culmine dell’Arte di Mauro Di Girolamo, Artista giovanissimo.. ma già molto, molto promettente. In questo quadro rispetto all’altra antologia che ho potuto vedere, noto una sobrietà di tratto, e soprattutto un interiore significato, I’m a Gangster Artist, Io sono un Artista Criminale, un Artista fuori legge, Io sono un Artista che vorrebbe distruggere l’Arte con questo accenno alla pistola, con questo accenno al braccio alzato, in realtà la mia interpretazione, è che Mauro Di Girolamo, non vuole affatto uccidere l’Arte, ma rendersene interprete, attraverso un segno nuovo, coerente, in cui la tela, esprime tutta l’angoscia del tempo in cui noi viviamo, e se è possibile, un raggio di speranza, auguri… tanti, tanti auguri, al nuovo Artista, che si affaccia, sull’orizzonte tempestoso, della cultura italiana e contemporanea.”

Gregorio Napoli, Critico Cinematografico

 

Annunci